Datore di lavoro che accede alla casella aziendale di posta elettronica del dipendente

D: Volevo sapere se commette il reato di violazione di corrispondenza il datore di lavoro che viola con un arbitrario accesso la casella aziendale di posta elettronica del dipendente
protetta da una password.

R: L’art. 616 comma 1 c.p. punisce la condotta di «chiunque prenda cognizione del contenuto di una corrispondenza chiusa, a lui non diretta, ovvero sottrae o distrae, al fine di
prenderne o di farne da altri prendere cognizione, una corrispondenza chiusa o aperta, a lui non diretta, ovvero, in tutto o in parte, la distrugge o sopprime».
La legge 547/93 al quarto comma dell’art. 616 c.p. ha aggiunto che «per corrispondenza si intende quella epistolare, telegrafica o telefonica, informatica o
telematica» ovvero «ogni altra forma di comunicazione a distanza».

Ma con la sentenza del 19 dicembre 2007 la V Sezione penale della Cassazione, riconoscendo la piena estensione della tutela penale alla corrispondenza, ha stabilito che il datore di lavoro che
accede alla posta elettronica contenuta su una casella informatica aziendale di un dipendente non commette il reato di violazione di corrispondenza di cui all’art. 616 cod. pen., in quanto
l’esistenza di una chiave di accesso (password) legittimamente a disposizione del datore di lavoro, non vale a qualificare detta corrispondenza come «chiusa».
Per la Cassazione, se da un lato l’azienda deve garantire la privacy del dipendente, dall’altra deve tutelarsi da un’eventuale uso improprio degli strumenti di comunicazione.

Nel caso in questione il Tribunale ha prosciolto il datore di lavoro che aveva arbitrariamente violato il sistema per prendere visione della corrispondenza informatica aziendale di una
dipendente, in quanto le regole aziendali prevedevano che le password poste a protezione dei computer e della corrispondenza dei dipendenti dovevano essere a conoscenza anche
dell’organizzazione aziendale, essendone prescritta la comunicazione, sia pure in busta chiusa, al superiore gerarchico, legittimato a utilizzarla per accedere al computer anche per la mera
assenza del dipendente. E così la Cassazione ha ritenuto che la condotta posta in essere dal datore di lavoro era stata del tutto legittima.

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