Dall'Adiconsum un NO al made in Italy alla Montezemolo

Paolo Landi, Adiconsum: «Sì alla difesa del «made in Italy», no all’imbroglio del «made in Italy» secondo Montezemolo, che porterebbe anche ad una
concorrenza sleale nei confronti delle imprese che continuano a produrre in Italia».

Il progetto «made in Italy» sarà anche al centro dell’incontro che si terrà a Firenze il 16 maggio tra le associazioni consumatori e la commissaria europea Kuneva.

Adiconsum si è battuta a Bruxelles per il progetto «made in Italy», assumendo una posizione chiara e netta su cosa si deve intendere con tale marchio. Posizione che l’ha
anche isolata rispetto a quella invece assunta dall’associazione europea BEUC.

Adiconsum si è battuta perché ritiene che il «made in» rappresenti un’informazione significativa e rilevante per il consumatore nella scelta dei propri acquisti, ma il
«made in» non deve essere un imbroglio.

Nel rapporto con il consumatore italiano e non, occorre chiarezza.

Il marchio «made in Italy», ad avviso di Adiconsum, deve fornire al consumatore la seguente informazione: che il bene di consumo non solo è stato progettato, ma che è
stato anche realizzato in Italia.

Se invece la dicitura «made in» significasse che di italiano c’è solo l’etichetta o al massimo la progettazione, ma che il bene è importato dalla Romania, dalla Cina o
dall’India, ciò finirebbe per essere un imbroglio per il consumatore.

L’intervista di Montezemolo in cui afferma che la Romania rappresenta un’occasione per il «made in Italy» non può essere, quindi, condivisa.

Se così fosse, Adiconsum e le altre associazioni italiane non potrebbero più difendere il progetto del «made in Italy» a Bruxelles, perché altro non sarebbe che
un inganno verso i consumatori. Inoltre, ciò avallerebbe un comportamento scorretto e una concorrenza sleale verso quelle imprese che continuano a produrre in Italia e che risulterebbero
fortemente danneggiate da tale distorta interpretazione.

Tutto questo, almeno per Adiconsum, non significa né deve essere interpretato come una contrarietà alla internazionalizzazione dell’economia e dell’industria italiana (che invece
è auspicabile), ma in questo caso deve essere ben specificato che il prodotto è «made in Cina» o «made in Corea» o «made in Romania».

Adiconsum invita, quindi, le associazioni dell’abbigliamento più direttamente interessate a rettificare e precisare la loro posizione.

Una precisazione questa che, ad avviso di Adiconsum, si impone anche in vista dell’incontro a Firenze con la commissaria Kuneva previsto per il prossimo 16 maggio, che vedrà anche la
discussione del progetto «made in».

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