Dalla paura al piacere di volare

ROMA – Anche alcuni piloti hanno paura di volare, certo che hanno paura, sempre; Patrick Smith, pilota e scrittore, 38 anni, autore della rubrica «Ask the pilot» su Salon e
in Italia su Internazionale diventata anche un fortunato libro (Fusi Orari), è uno di loro. Gli hanno chiesto se teme di precipitare, lui ha risposto: «Di solito non abbiamo
fantasie raccapriccianti né soffriamo di ansia fobica». Insomma se gli trema il cuore le mani le tiene lo stesso ferme sulla cloche (il volante) e guida. Tanto gli aerei cadono
poco, affermazione veritiera ma insufficiente per l’aviofobico.

A chi in aereo non ci sale neanche morto e se invece è costretto vive le ore più brutte della sua vita, si racconta una storiella, un po’ surreale ma più persuasiva di
molti numeri: se si ipotizza che un volo duri in media una sola ora, un neonato che trascorra l’intera esistenza a bordo di un aeroplano dovrà volare per 285 anni per raggiungere i due
milioni e mezzo di ore che statisticamente comportano un incidente. Oppure quell’altra: il momento più pericoloso di un volo è il tragitto da e per l’aeroporto.

Eppure: come fa questo coso pesante a rimanere in aria? Se non funziona più nessun motore un grosso jet commerciale può planare fino ad atterrare o non c’è più
speranza? E tutto questo scricchiolare? Quante probabilità ci sono di venire risucchiati dal portellone che si spalanca come nei film? Del terrore e delle domande che suscita si occupa
un servizio di Mente&Cervello di novembre. Testimonianze, rimedi, consigli, corsi per rompere la gabbia dell’ansia. Come quelli che fanno anche Alitalia e altre compagnie, con successo: il
95% di quelli che dal 2007 a oggi hanno seguito i seminari del vettore di bandiera sono tornati a bordo.

Luca Evangelisti, psicologo e psicoterapeuta da quattro anni responsabile di «Voglia di volare», spiega: «Nel 90% dei casi la paura è determinata da forti ripercussioni
psicologiche legate ad eventi avvenuti nei tre anni precedenti alle manifestazioni di panico. Rotture affettive, lutti familiari o gravi malattie. Ma anche eventi positivi e molto coinvolgenti,
come la nascita di un figlio». Quelle emozioni forti che si incagliano e bloccano tutto. Il corso fa fare un po’ di ginnastica alla psiche per rimetterla in moto.

Disinnesca il terrore degli spazi chiusi, dello stare sospesi, delle turbolenze dell’aria che somigliano a quelle dentro. Esistono anche, all’americana, dvd per l’autoaiuto e terapie con
simulatori di volo. Anche ipnosi per chi ha provato tutto, o leggeri «ammorbidenti» farmacologici del panico. Per quelli cui sudano le mani già in agenzia, che i battiti ce
li hanno a mille, che l’angoscia pura è la sola certezza.

Un sondaggio Doxa (2005) dice che dell’aeroplano ha paura circa il 50% degli italiani. Più le donne (65%) che gli uomini (48%). Sul mensile una tesi: la mancanza di informazioni e
l’incapacità di cedere il controllo tra le principali cause dell’aviofobia (e di altre paure, del resto). Allora ecco le statistiche dell’Aviation Safety Network, un database che
raccoglie i dettagli di oltre 10 mila tra incidenti, attentati e guasti in volo che hanno funestato i cieli a partire dal 1952.

Dimostra che oggi volare è circa sei volte più sicuro che nel 1980 e che c’è una probabilità su 14 milioni di morire in una sciagura aerea: si potrebbe volare per
26mila anni prima di andare incontro al proprio destino. Però, la paura ha sempre domande di riserva: che succede se un pilota si addormenta a metà volo? Smith, allegramente
pragmatico: «E se un chirurgo si addormenta a metà operazione?».

Alessandra Retico
(1 novembre 2007)

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