CHAMPAGNE REALISTA O IRREALISTA? …  nuovi impianti, Voltis e Vitis Vinifera

CHAMPAGNE REALISTA O IRREALISTA? …  nuovi impianti, Voltis e Vitis Vinifera

CHAMPAGNE REALISTA O IRREALISTA?
… nuovi impianti, Voltis e Vitis Vinifera

Guerra in Champagne? Ma per piacere….! evoluzione o involuzione? Noi italiani cerchiamo il pelo nell’uovo nel piatto altrui. Cambia il modello di impianto viticolo nei 34.350 ettari di Champagne, ma tutto volontario!

 

 

8 agosto 2021
Giampietro Comolli

Una premessa doverosa per i nostri lettori, certamente non tutti champagnisti esperti, ma sicuramente curiosi. E’ scoppiata una querelle (per dirla in francese) fra i puristi e gli innovatori, fra i tradizionalisti e i ricercatori, fra i conservatori e i progressisti nella regione di Reims? Sembrerebbe più fra qualche esperto o consumatore o ambasciatore italiano più che in Francia e fra i vignerons de la Champagne! Una assemblea, neanche tanto infuocata, di viticoltori francesi della valle della Marna Aoc Champagne e un consiglio del potente Consorzio/Comitato Aoc ha deciso, a maggioranza dei voti e non all’unanimità (34 voti favorevoli e 16 contrari), un cambio di allevamento e impianto dei meravigliosi vigneti delle dolci quasi pianeggianti terre attorno a Reims.

 

Alcuni dati per capire: sono 15.000 i proprietari e coltivatori delle vigne di Champagne per circa il 90% di tutti i 34.350 ettari impiantati. In ogni ettaro oggi ci sono minimo, per statut, 6700 ceppi e massimo 1,5 metri fra un filare e l’altro. Il sindacato dei viticoltori e delle cooperative insieme, il SGV, esiste dal 1904 e fra gli scopi primari c’è: favorire l’espressione del terroir grazie a pratiche colturali tradizionali, rispettose della qualità e dell’ambiente, l’organizzazione economica dei vigneti.
Nel 2001 nasce “Les Champagnes de Vignerons”, un marchio collettivo di riconoscimento costituito dal SGV,  allo scopo di alzare ancor più la notorietà dei vini (non viti) Aoc Champagne prodotti dai circa 5000 viti-vini-imbottigliatori con propria etichetta.   è stato creato nel 2001 dal Syndicat Général des vignerons de la Champagne allo scopo di sviluppare la notorietà dei vini di Champagne elaborati dai vignaioli.
Sono solo 110, infatti, le grandi maisons di Champagne.

 

Giampietro Comolli tra i vigneti in Francia

Per sgombrare subito il campo: sono d’accordo con i 34 vignaioli della Champagne. Forse sono unica voce fuori dal coro. Contro sicuramente chi si strappa le vesti, non pienamente d’accordo con chi difende i “puristi” e chi condanna i “doppiopelisti”. Sono un ex produttore di vino, oltre 40 anni al servizio del mondo del vino, direi “ visto da tutti gli angoli”, sono stato almeno 20 volte in Champagne, l’ho camminata e toccata più volte, mai viaggi mordi e fuggi.

Ho fatto anche vendemmie a mano sulla collinetta di Reims. Ho amici, o forse solo conoscenti. Ho avuto rapporti continui con due grandi titolari di brand supernoti, grandi imbottigliatori, ma anche grandi proprietari di vigne, con decine di ettari a testa. Eppure sono d’accordo con i Vignerons. Sono per la dinamicità, l’innovazione, il saggio adeguamento, la capacità di vedere lontano, essere lungimiranti con sacrifici o con rischio.

Ebbene la scelta, dal 2023, delle “vigne semi larghe” mi trova totalmente d’accordo. Innanzitutto l’introduzione di questa modifica dell’impianto delle vigne in Champagne non è obbligatoria, ma libera. Non rende più vincolanti le regole rigide del vecchio “statut”: meno di 100 cm di altezza da terra dei ceppi per godere del riscaldamento del suolo in una zona che fino a 15-18 anni fa subiva gelate e lunghi periodi di freddo intenso. Le “vigne semi larghe” VSL sono una risposta reale al mutamento di condizioni ambientali, climatici, biologici, contenimento rese, rapporto produzione-consumo che è da sempre un pilastro del governo delle rese e degli accantonamenti.

Diventa quindi una novità volontaria per far fronte ai cambiamenti delle norme europee, alle riduzioni dei consumi, per limitare il più possibile interventi chimici. Alzare e allargare le vigne di Champagne è la risposta pratica ai mutamenti già avviati: per qualcuno una risposta che si è fatta attendere già troppo. Questo comporterà anche una riduzione di rese in uva. Nessun problema invece per il “paesaggio disegnato” dalle vigne come evidenziato nel riconoscimento Unesco: l’evoluzione del paesaggio è compatibile con la storia secolare dei vigneti della Champagne.

 

Si costruirà non solo una visione di paesaggio nuovo, ma sarà un paesaggio coltivo e produttivo  innovativo con l’ambiente, il clima, il nuovo modello di viticoltura più estesa e meno intensa, meno monocultura massiva. Questa scelta dei vignaioli francesi mi fa venire in mente la strenua difesa che faceva mio nonno all’inizio degli anni ’80, ultimi anni di vita della nostra cantina, delle vigne da 2000-2500 piante per ettaro, oltre 2 metri fra i filari e sull’interfilare. In Champagne il passo di oggi, è un paso avanti, ma più corto e ridotto di quello di mio nonno: dal 2023 si potranno impiantare e rinnovare vigneti con un sesto di impianto tra i filari intorno ai 2 metri contro i 1,20-1,30.

Sono già 25 anni di ricerca, e dal 2006 Inao, Civc e Vignerons tengono sotto controllo i risultati delle prove e dei prelievi con questa nuova impostazione vitata. I risultati hanno condotto – guarda caso – a quello che i nostri vecchi dicevano sempre: vigne larghe e filari lunghi sono più resistenti al gelo, alla siccità, alle malattie e consentono di ridurre l’emissione di CO2 per metro quadrato di quasi la metà ( dal 30 al 50%). Quello che ha scosso i puristi, credo unicamente, possa essere la furbata ecologica e ambientale per introdurre la meccanizzazione accentuata: le vigne strette obbligano automezzi leggeri particolari lenti precisi con costi alti. Una prerogativa scritta dalla Champagne che non si pensava di cambiare.

Qui le vendemmiatrici meccaniche Braud, per fare un esempio, ci sono da sempre sotto i portici aziendali, ma come mi hanno sempre raccontato i vignaioli della Marna, mai usata per vendemmiare ma solo per “peigner et nettoyer “ le vigne dopo vendemmia, appena prima dell’inverno, per sanificare le piante dei grappolini non raccolti e non ideali! Vero o falso, questo è quello che mi raccontavano. Certo i dolci pendii e le collinette appena accentuate si prestano molto bene alla meccanizzazione. Staremo a vedere. Io mi fido. Credo che sia una scelta tecnica agronomica-enologica in linea con i tempi: una risposta all’andamento climatico. Tanto le Braud ci sono già, ma non cedo che si vada oltre quello che già avviene da anni in termini di meccanizzazione, pettinatura, pulizia, defogliazione, ripuntatura, spuntatura dei germogli, vendemmia verde … che già avviene da anni. plaudo al coraggio e all’impegno.

Non credo che venga meno, per questo, la credibilità della Champagne, dei Vignerons, delle bollicine  perché cambia una altezza o larghezza di vigna. A quando in Italia scelte simili, consorelle, diverse e difficili, rischiose in certi territori dove il clima sta penalizzando le vinificazioni, i vini, i consumi… Non credo proprio all’arrivo sul mercato di uno Champagne di serie A e uno di serie B: già oggi sul mercato esistono Champagne di livelli, serie, categorie differenti di qualità e di prezzo, e questo resterà anche fra 50 anni visto che ha resistito già da 150 anni.

Tutti i commentatori si sono concentrati sul fatto delle vigne strette o larghe, mentre la decisione prevede anche l’introduzione, dopo anni di ricerche e sperimentazioni serrate, di un vitigno nuovo, il Voltis, resistente a quasi tutte le malattie delle viti a bacca bianca, senza incidere su qualità, dna, tipicità dell’uva. Un risultato molto incoraggiante per la storia della primordiale e unica Vitis Vinifera: il dna è salvo, le caratteristiche viticole e sensoriali delle Aoc è salvo.

 

Giampietro Comolli
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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

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Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
Curatore Rubrica Assaggi in libertà

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