Calano i precari ma restano «intrappolati» con 8.800 euro l'anno

Roma – Cala il numero dei precari ma chi lo è rimane «intrappolato» nella sua condizione di lavoro flessibile, di «giovane ma non troppo» e con un
reddito da 8800 euro l’anno tale «da impedire il recupero dell’inflazione reale».

Questa la fotografia scattata dal «3° rapporto annuale sul lavoro atipico», condotto dall’osservatorio costituito dal Nidil-Cgil, l’Ires e la Facoltà di Scienza della
Comunicazione dell’Università La Sapienza, che illustra i risultati derivanti dalle elaborazioni effettuate sui lavoratori parasubordinati attivi iscritti alla Gestione Separata INPS
nell’anno 2007. Uno studio che dimostra come lo scorso anno i lavoratori a rischio di precarietà, cioè i titolari di un contratto di lavoro atipico con reddito esclusivo
proveniente dal lavoro subordinato, si siano ridotti di oltre 20 mila unità passando dagli 855.388 del 2006 ai 836.493 del 2007. Mentre il complesso dei lavoratori parasubordinati
è stato pari a 1.566.978, dei quali il 42,46% sono donne e il 57,54% uomini, con un aumento di poco più di 38 mila unità rispetto al 2006 ( 2,4%).

Al lieve calo dei percari però non corrisponde un miglioramento della loro condizione economica. Se il reddito imponibile medio nel 2007 si attesta a poco meno di 15.900 euro, con un
aumento di circa l’8% rispetto al 2006, tuttavia, per i collaboratori a progetto, i redditi passano nel triennio da 8.400 a 8.800 euro, «con un incremento tanto limitato ( 4,8% pari a 405
euro) da impedire il recupero dell’inflazione reale», si legge nel rapporto. Così il fenomeno del lavoro parasubordinato pare, nei numeri, segnare negli ultimi anni una sostanziale
stabilità. Infatti, se l’incremento per il 2007 è stato del 2,4%, l’aumento 2005-06 era stato superiore di 54mila persone, pari a 3,5%. Il dato risulta perciò essere
stabile almeno rispetto al periodo 1996-2004 in cui i parasubordinati erano aumentati del 108% con un incremento medio annuo del 9,6%.

Ma è soprattutto il dato sui lavoratori a rischio precarietà che segna una leggera inversione di tendenza frutto, rileva il rapporto, di tre fattori: «l’attenzione che il
ministero del Lavoro ha attribuito nel 2006-07 alla lotta alla precarietà e alle ‘false collaborazioni’, anche a seguito dei risultati di varie visite ispettive condotte dagli organi
preposti; l’aumento del contributo pensionistico di ben 5 punti percentuali rispetto al reddito, che ha reso meno conveniente per le aziende il ricorso alle collaborazioni; gli incentivi alla
stabilizzazione, che hanno introdotto una legislazione premiante per le aziende che trasformano le collaborazioni in lavoro dipendente». Dello stesso parere il segretario confederale
della Cgil, Fulvio Fammoni: «Nel 2007 – afferma – il dato dell’utilizzo di questi contratti smette di crescere numericamente in relazione agli interventi concordati dal sindacato col
passato governo: ispezioni, circolari, aumento versamento previdenziale, cuneo fiscale. Tuttavia il numero complessivo resta altissimo e rappresenta un’anomalia in Europa».

La prestazione di lavoro parasubordianato si conferma essere una tipologia per ‘i giovani ma non troppo’: l’età media totale è pari a 40,7 anni, con le donne mediamente più
giovani di 4 anni, ma il gruppo dei precari è popolato soprattutto di giovani adulti con un età media di 34 anni. Quanto alle differenze territoriali, al Nord la quota di lavoro
precario si colloca al di sotto del valore medio nazionale (53,4%) mentre nel centro-sud la precarietà è ai massimi livelli: in Calabria e nel Lazio, sono precari tre
parasubordinati su quattro (rispettivamente 75,7% e 72,9%), in Campania, Puglia e Sicilia lo sono due su tre. Conferme negative arrivano dalla discriminazione di genere, in tre anni le
lavoratrici parasubordinate a rischio di precarietà sono cresciute di circa 20 mila unità, contro le 13 mila della componente maschile, e con compensi mediamente più bassi
degli uomini del 50%.

Infine, per quanto riguarda quella che lo studio definisce la condizione di ‘intrappolamento’ nel lavoro flessibile, 6 precari su 10 rimangono nell’impiego atipico per due anni di seguito e
oltre il 37% per l’intero triennio preso in esame. Tali lavoratori «flessibili di lunga durata» sono 789.690, in prevalenza maschi con età media significativamente più
elevata: 41 anni per le donne e 47 anni per gli uomini. La maggioranza sono lavoratori atipici (52,6% pari a 415.018 persone) ed in particolare atipici esclusivi monocommittenti (circa 33% pari
a 268.452 lavoratori). Sulla foto scattata dal rapporto, la segretaria generale del Nidil, afferma: «Conferma quanto sia necessario, per affrontare il problema della precarietà,
anche di politiche adeguate che sappiano contrastare i fenomeni degenerativi basati su mere convenienze di costo del lavoro e tenere la flessibilità su livelli fisiologici. Da qui –
conclude – la necessità e la responsabilità per il nuovo governo di mantenere e rafforzare l’indirizzo intrapreso dal precedente governo».

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