Allarme salari: tra il 2002 ed il 2007, il potere d'acquisto è calato di -1.210 euro

E’ stato presentato oggi il rapporto Ires-Cgil dal titolo “Salari in difficoltà”, che misura l’andamento di retribuzioni, produttività e distribuzione del reddito in Italia ed in
Europa, il rapporto ha evidenziato che le retribuzioni di fatto registrano una crescita media annua, per l’intera economia, pari al 3,4% a fronte di un’inflazione del 3,2% e, se dal 1993 ad
oggi non c’è stata alcuna crescita reale, le cause sono da ricercare in un’inflazione programmata più bassa di quella effettiva, nei ritardi nei rinnovi contrattuali, nella
mancata restituzione del fiscal drag e nella scarsa redistribuzione della produttività.

In particolare lo scarto tra l’inflazione programmata (sulla cui base si rinnovano i contratti) e l’inflazione effettiva è stato troppo elevato e in tutto il periodo 1993-2007 i
contratti nazionali sono stati costretti a cercare di recuperare (com’era previsto dall’accordo del luglio ’93) le perdite che si erano cumulate.
La situazione, già di per sé critica, è stata ulteriormente peggiorata dall’inadeguata redistribuzione della produttività attraverso la contrattazione di secondo
livello e dai ritardi registrati nel rinnovo dei contratti (che nel pubblico impiego hanno raggiunto a due anni), che hanno indebolito la capacità dei questi ultimi di difendere il
potere d’acquisto e anche di garantire una redistribuzione della produttività.

L’Ires Cgil, dunque, ha sottolineato che, per un lavoratore con retribuzione annua lorda di 24.890 euro (media 2007), si arriva accumula una perdita complessiva (a prezzi correnti) pari a 1.210
euro e, se ad essi si aggiunge la perdita derivante dalla mancata restituzione del fiscal drag, la perdita ammonta a circa 1.900 euro.
Tenendo conto del caro greggio e del fatto che ci sono circa 8 milioni di lavoratori senza contratto, dunque, il 2007 dovrebbe chiudersi con un’inflazione effettiva pari all’1,9%, le
retribuzioni contrattuali tra il 2,1% e il 2,2% e quelle di fatto sostanzialmente in linea con l’inflazione effettiva al 2,0%.
Se i salari reali in Italia sono già di per sé bassi, la situazione si fa più critica valutando le differenze con i maggiori Paesi Ue: infatti, tra il 1998 ed il 2006
(nonostante il sostanziale congelamento salariale degli anni 2000), la crescita è stata pari al 10% in media nell’area dell’euro, ha superato il 15% in Francia e nel Regno Unito, ha
raggiunto il 5% in Germania.

Il rapporto, dunque, sottolinea che in Italia nel 2005, nel settore dei beni e servizi destinati alla vendita (senza l’agricoltura ed il pubblico impiego), la retribuzione lorda annua media di
un lavoratore single risultava inferiore di circa il 45% rispetto a Germania e Regno Unito e di circa il 25% rispetto alla Francia. La retribuzione netta registra più o meno le stesse
differenze, con l’eccezione della Germania, dove lo scarto scende a circa il 30%.
Inoltre, ad aggravare ulteriormente la questione salariale e ad abbassare il livello delle retribuzioni medie e del loro tasso di crescita interviene la “questione giovanile”: un apprendista,
in età compresa tra i 15 e i 24 anni, guadagna mediamente 736,85 euro netti mensili; un collaboratore occasionale, in età compresa tra i 15 e i 34 anni, guadagna mediamente 768,80
euro netti mensili; un co.co.pro. o co.co.co, in età compresa tra i 15 e i 34 anni, guadagna mediamente 899,04 euro netti mensili.
La situazione dei giovani, d’altra parte, è stata confermata anche dall’Istat, secondo la quale la percentuale dei giovani in condizioni di povertà (13,7%, pari a 1 milione 678
mila ragazzi tra i 18 e i 34 anni) è superiore alla media europea.

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