Bergamo:Radar sull’immigrazione nella Bergamasca

By Redazione

 

Come va l’immigrazione a Bergamo? Da dove arrivano, chi sono, qual è il livello di inserimento e di integrazione degli stranieri nella nostra comunità? Sono alcuni
dei molteplici aspetti che sono stati affrontati questa mattina nella sala del Consiglio provinciale, durante la presentazione del rapporto sull’immigrazione e il territorio.
Siamo attorno ad una percentuale del 10 per cento di stranieri a Bergamo.

All’incontro di stamattina erano presenti: il Presidente della Provincia, Valerio Bettoni; il vice-presidente, Bonaventura Grumelli Pedrocca; l’assessore alle Politiche
Sociali, Bianco Speranza; il sociologo Eugenio Torrese, che ha impostato, guidato e coordinato la ricerca; il dirigente di settore, Silvano Gherardi.

Tra gli ospiti: il senatore Savino Pezzotta e il questore Dario Rotondi.

L’assessore Bianco Speranza ha compiuto una ricognizione sul significato di questi rilevamenti e soprattutto su quanto viene fatto dalla Provincia, ai vari livelli, per tenere
costantemente aggiornato il quadro della situazione, le provenienze della manodopera, le priorità nelle attese e nei bisogni e le risposte, come indicazioni e aiuti concreti a
quanti fanno rotta su Bergamo dai cinque continenti in cerca di futuro. Quest’anno il radar era puntato sulla Romania, sull’Ucraina, sull’India e sul Pakistan e su due
momenti particolari: Zingonia e l’associazionismo. L’obiettivo comune è la costruzione dell’integrazione.

“È un tema di grande difficoltà – ha esordito nel suo saluto il Presidente della Provincia, Valerio Bettoni, molto sensibile a questa problematica –:
abbiamo cercato e ci sforziamo di capire e di fornire risposte. Occorre capacità di analisi e di risposte, anche perché l’integrazione non è qualcosa di
astratto ma è un banco di prova quotidiano. Questa è una provincia che non sta ferma e anche in tempi di crisi ha il segno più che continua a connotare
l’andamento dell’economia e dell’occupazione. La gente va dove trova lavoro. Non servono i muri, ma occorre costruire ponti: lavorando – ha sottolineato –
con i piedi per terra”. E qui il Presidente ha inserito un concetto su cui insiste e che gli sta a cuore: “Bergamo è terra di accoglienza ed è anche terra di
cuore. Abbiamo provato sulla nostra pelle il significato dell’emigrazione in cerca di lavoro, ne conosciamo le sofferenze. L’accoglienza di chi arriva implica anche una
parallela accettazione delle regole e il loro rispetto”.

Poi ha preso la parola il sociologo Eugenio Torrese che ha messo a fuoco nelle grandi linee i punti portanti e qualificanti della ricerca: una ricerca – e qui sta un primo
elemento di novità – tutta al femminile. Vi hanno infatti lavorato solo donne. I dati raccolti adesso invitano ciascuno per la propria parte di responsabilità e di
risposte, a porsi degli interrogativi. Che sono necessari in presenza di mass media inclini a mettere l’accento ed a dare clamore alla negatività, trascurando altri aspetti
da considerare e da approfondire.

“La conoscenza – ha detto – produce in genere un ventaglio di relazioni. L’obiettivo che si è tenuto presente nel lavoro fatto è sempre stato
quello di assumere elementi per aumentare la reciproca conoscenza”.

Un primo campo di osservazione è stato quello dei movimenti: le terre di partenza degli immigrati e quelle di arrivo. Serve avere questo quadro per capire meglio le persone che
arrivano sul territorio. L’occhio è stato puntato sulla consistenza numerica e sull’insediamento; sull’inserimento nel mercato del lavoro e sul ricongiungimento
delle famiglie.

Curioso sapere che quella ucraina è soprattutto un’emigrazione al femminile oppure che a Zingonia c’è una notevole concentrazione di immigrati provenienti dal
Senegal, dal Pakistan e dall’India. Altro fattore mutato: i rumeni, da extracomunitari che erano, sono entrati nell’Europa.

“Quando si ricongiungono le famiglie – ha fatto osservare Torrese – si passa dalla temporaneità alla stabilità. C’è una ricomposizione degli
affetti e questo è un aspetto rilevante, ma c’è anche un forte rischio di crisi tra i nuclei familiari “.

Le svariate provenienze comportano anche un aumento del pluralismo culturale, linguistico e religioso. Qui Torrese ha richiamato un concetto caro a Max Frish: “Volevamo braccia,
sono arrivati uomini” con il conseguente impegno per la società civile del riconoscimento della dignità, quindi non solo lavoro, ma anche condizioni di vita.

Parlando della specificità di Zingonia, il sociologo ha fatto rimarcare come questa è nata in maniera diversa: una città inventata, che ha vissuto due fenomeni
ravvicinati, dapprima l’immigrazione dal sud dell’Italia, poi dall’estero. Una condizione di base per avere sviluppi positivi nell’integrazione è che i
dipendenti diventi anche attori, perché i contesti territoriali fanno la differenza e quelli del Nord Italia la esercitano ancora di più. Negli spostamenti delle persone
si forma puntualmente l’associazionismo, che è una risposta a molte esigenze: di sicurezza, di identità, di solidarietà. A Bergamo si è arrivati al
sesto rapporto di rilevamento e si assiste ad una realtà effervescente, dinamica, in continua evoluzione. Le 70 associazioni individuate oggi sono già certamente
aumentate. Si tratta quindi di censimenti in continuo movimento. Mettendo insieme ciò che vi è in comune e ciò che distingue, si arriva al “tesoro
nascosto”, che è una risorsa della convivenza. “Non è solo una questione noi-loro – ha detto Torrese –: ci sono tanti noi e tanti loro. Dobbiamo
cogliere le attese, i punti critici”.

Nell’analisi entra in gioco anche la differenziazione territoriale degli arrivi: nella Bassa c’è una presenza diversa rispetto a quella che si registra nelle Valli.
La distanza dal paese d’origine fa la differenza anche sulla stabilizzazione nella realtà. Il nostro welfare, intanto, si è rafforzato con la componente femminile
immigrata.

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