Wilma De Angelis, la signora che inventò la cucina in televisione e raccontò un’Italia che non c’è più

Wilma De Angelis, la signora che inventò la cucina in televisione e raccontò un’Italia che non c’è più

By MM

Con Wilma De Angelis se ne va molto più di un’artista amatissima: scompare una protagonista della cultura popolare italiana, capace di anticipare di decenni il successo della cucina in televisione. Tra ricette, consumi, mode alimentari e una straordinaria capacità comunicativa, la sua cucina di Telemontecarlo raccontava un Paese che cambiava. E che aveva ancora il tempo di fermarsi davanti a una padella.

Quando ero bambino, guardavo Wilma De Angelis in televisione quasi ipnotizzato. Non mi interessava soltanto quello che cucinava, ma soprattutto come lo cucinava, con quella naturalezza disarmante, con la sua voce, con i gesti sicuri e con una simpatia che sembrava attraversare lo schermo senza bisogno di alcun artificio. Arrivavo a pretendere padelle e utensili con cui imitare la mia eroina televisiva, convinto che bastasse mettersi davanti ai fornelli per riprodurre quella piccola magia quotidiana.

Oggi, con la sua scomparsa, avvenuta a Milano l’11 ottobre 2026, all’età di 96 anni, mi rendo conto che quel ricordo infantile è anche la testimonianza di un fenomeno culturale molto più importante di quanto allora potessi immaginare. Wilma De Angelis non è stata soltanto una pioniera della cucina televisiva italiana. Ne ha inventato, almeno per come oggi la conosciamo, buona parte del linguaggio. E soprattutto ha saputo raccontare, forse inconsapevolmente, un’intera stagione della società italiana.

Da Sanremo ai fornelli: la straordinaria seconda vita di Wilma

Nata a Milano l’8 aprile 1930, Wilma era anzitutto una cantante di successo. Aveva iniziato negli anni Cinquanta, era stata proclamata reginetta del jazz italiano nel 1956, aveva partecipato più volte al Festival di Sanremo, debuttando nel 1959 con brani come Nessuno e Per tutta la vita. Nel 1960 aveva conquistato il terzo posto con Quando vien la sera e nel 1961 il successo di Patatina le aveva regalato un soprannome destinato ad accompagnarla per sempre, Miss Patatina. Aveva cantato con Mina, attraversato il mondo della radio, del varietà e della musica leggera, dimostrando una versatilità che oggi definiremmo multimediale.

Ma è alla fine degli anni Settanta che avviene la trasformazione destinata a farne un personaggio fondamentale per la storia del rapporto fra cibo, comunicazione e televisione.

Nel 1979 Paolo Limiti le propone di condurre su Telemontecarlo Telemenù. La trasmissione prosegue fino al 1989, per trasformarsi poi in Sale, pepe e fantasia, con una presenza sul canale che arriverà fino al 1997. Fra il 1990 e il 1993 si aggiunge anche A pranzo con Wilma, che introduce gli ospiti nella dimensione conviviale della cucina.

Diciotto anni di televisione gastronomica, in un’epoca nella quale nessuno parlava ancora di food influencer, chef star, cooking show o spettacolarizzazione della cucina.

E vale la pena ricordare anche dove tutto questo accadeva. Telemontecarlo era una televisione diversa dalla Rai, certamente meno potente e meno diffusa, ma anche meno paludata, più libera nella sperimentazione e capace di inventare linguaggi nuovi. In un panorama ancora dominato dalla solennità del servizio pubblico, quel canale rappresentava un’alternativa curiosa, informale, talvolta artigianale, nella quale era possibile realizzare programmi che oggi apparirebbero impensabili per la loro semplicità.

La cucina di Wilma era esattamente così.

Un’inquadratura sostanzialmente fissa, una cucina anonima, un piano di cottura, qualche pentola e gli ingredienti necessari. Nessuna scenografia spettacolare, nessun montaggio frenetico, nessuno stacchetto musicale a sottolineare il momento decisivo della preparazione, nessuna regia invasiva. La televisione, in fondo, sembrava quasi dimenticarsi di essere televisione.

E poi c’era lei.

Vestita come una signora di casa degli anni Ottanta o Novanta, pronta a ricevere degli ospiti, curata ma senza ostentazione, elegante senza volerlo dimostrare, Wilma iniziava a preparare la sua ricetta e parlava. Parlava con una capacità comunicativa straordinaria, senza mai risultare invadente, con quella confidenza che soltanto alcuni grandi artisti sanno costruire con il pubblico. Era capace di reggere praticamente da sola l’intera trasmissione, trasformando una preparazione culinaria in un piccolo appuntamento familiare.

Non aveva bisogno di una regia che producesse emozioni, perché l’emozione era lei.

La vera sciura milanese, elegante e popolare

Ma Wilma De Angelis non era così soltanto davanti alle telecamere. Era una di quelle figure autenticamente milanesi che potevi incontrare nei mercati di quartiere, mentre si fermava a chiacchierare con i commercianti, a commentare i prodotti sui banchi o a scambiare qualche parola con gli avventori. Non c’era bisogno di un’occasione speciale, di una passerella o di un evento mondano per incontrarla: bastava attraversare quei luoghi nei quali Milano ha sempre conservato una parte importante della propria identità.

Era la vera sciura milanese, nel significato più bello e profondo del termine. Una donna di classe, curata, con una sua eleganza naturale e una lunga storia artistica alle spalle, ma capace di parlare con chiunque, senza distanze e senza atteggiamenti da celebrità. Quella signora che avrebbe potuto sedersi a un tavolo prestigioso e trovarsi perfettamente a proprio agio, ma che sapeva anche fermarsi davanti a un banco del mercato, riconoscere la qualità di un prodotto, discutere di una ricetta o semplicemente fare quattro chiacchiere.

Del resto, Milano ha sempre avuto questa particolare idea della signorilità, nella quale la distinzione non coincide necessariamente con la distanza sociale. Un’eleganza concreta, mai troppo esibita, accompagnata dalla curiosità per le persone, dall’amore per il lavoro ben fatto e da una familiarità che non cancella il garbo.

Wilma incarnava magnificamente questo mondo. Aveva conosciuto il successo, i palcoscenici, i grandi protagonisti dello spettacolo italiano, eppure non aveva perduto la capacità di sentirsi parte della vita quotidiana della propria città. Non era una diva che concedeva la propria presenza alla gente comune: era una donna che continuava a riconoscersi in quella gente.

Anche per questo la sua televisione funzionava tanto bene. La Wilma che parlava con il pubblico attraverso lo schermo era la stessa che potevi incontrare al mercato. Non doveva costruire un personaggio, perché possedeva già una personalità straordinaria.

Le tagliatelle al salmone e il sogno del benessere italiano

Ed è proprio qui che si trova la sua modernità. Wilma De Angelis aveva compreso qualcosa che molti professionisti della comunicazione avrebbero scoperto soltanto parecchi anni dopo: il pubblico non cerca necessariamente lo spettacolo, ma qualcuno con cui stabilire una relazione. La credibilità non nasce sempre dalla competenza ostentata, ma dalla capacità di comunicare in modo comprensibile, rassicurante e autentico.

Non era una cuoca professionista e non pretendeva di esserlo. Era una donna che cucinava, spiegava, consigliava, sperimentava. Naturalmente dietro quella apparente semplicità c’erano l’esperienza del palcoscenico, il mestiere della cantante, la capacità di governare i tempi e di non perdere mai il contatto con lo spettatore.

Ma il risultato era una televisione nella quale chi guardava si sentiva accolto, non giudicato. E soprattutto veniva voglia di provare.

Le sue ricette erano anche uno straordinario catalogo dell’Italia degli anni Ottanta e Novanta, un Paese che usciva progressivamente dalla cultura della necessità e della parsimonia, per entrare in quella del benessere e del consumo. Non ancora il turboconsumismo contemporaneo, con la ricerca ossessiva della novità, dell’esperienza esclusiva e del prodotto da esibire sui social, ma un consumismo ancora domestico, che considerava il buon mangiare una conquista e la possibilità di offrire qualcosa di raffinato agli ospiti un segno di progresso.

La cucina tradizionale rimaneva il fondamento, ma arrivavano ingredienti nuovi, ricette internazionali, preparazioni considerate eleganti. Le penne alla vodka, la panna, il salmone affumicato, i cocktail di gamberi, i risotti più elaborati: cibi che oggi possono far sorridere qualcuno, ma che allora raccontavano l’aspirazione a una nuova modernità.

Basta riguardare una sua memorabile preparazione delle tagliatelle al salmone, ancora disponibile su YouTube, per ritrovare immediatamente quell’atmosfera. Il salmone affumicato, ormai diventato un regalo piuttosto diffuso durante le festività natalizie, rappresentava un piccolo status symbol alimentare. Era il prodotto che trasformava un pranzo ordinario in un’occasione speciale, che dava alla tavola un tocco di raffinatezza e permetteva alla famiglia italiana di sentirsi, almeno per un giorno, più cosmopolita.

Il video d’epoca: Wilma De Angelis prepara le tagliatelle al salmone

https://www.youtube.com/watch?v=kSGSI-ofDmU

In quelle tagliatelle non c’era soltanto una ricetta. C’erano le aspirazioni di una generazione, la voglia di ricevere bene, la soddisfazione di presentare qualcosa di diverso, il desiderio di portare in casa un po’ di quel mondo che fino a pochi anni prima sembrava riservato ai ristoranti e alle occasioni importanti.

Riso Gallo, pubblicità e i primi linguaggi del food marketing

E c’era un altro elemento oggi spesso dimenticato: la pubblicità.

Nella televisione di Wilma, i prodotti commerciali entravano direttamente nella narrazione, con una presenza esplicita che non cercava neppure troppo di nascondersi. Marchi e confezioni diventavano parte dell’ambiente domestico, rappresentazioni di quella crescente fiducia nell’industria alimentare che caratterizzava il periodo. Marchi familiari come il mitico Riso Gallo evocavano un’Italia nella quale il prodotto confezionato non era necessariamente il nemico della buona cucina, ma poteva rappresentare una garanzia di qualità, praticità e affidabilità.

Era un rapporto tra pubblicità e contenuto certamente lontano dai criteri contemporanei, ma estremamente significativo per comprendere l’evoluzione dei consumi. La televisione privata stava costruendo il proprio modello economico e la cucina rappresentava un luogo ideale per incontrare pubblicità, prodotti e pubblico. In questo senso Wilma anticipava anche quel rapporto fra comunicazione commerciale e contenuti gastronomici che sarebbe diventato centrale nell’universo dei food blogger e degli influencer.

La differenza, naturalmente, era che tutto avveniva senza simulare grandi segreti, senza trasformare ogni ingrediente in una scoperta eccezionale, senza promettere esperienze irripetibili.

La sua era una cucina fatta di chiarezza, semplicità e attenzione al risultato. Le preparazioni dovevano essere comprensibili e possibilmente riproducibili, ma questo non significava rinunciare all’eleganza, alla cura del piatto, all’impiattamento, come diremmo oggi, o a quel dettaglio capace di rendere speciale una portata. C’era il richiamo alle radici, ma anche una curiosità evidente per le mode e le trasformazioni del gusto.

In fondo era lo stesso equilibrio che attraversava la società italiana di quegli anni: tradizione e modernizzazione, economia domestica e desiderio di benessere, abitudini familiari e apertura verso ciò che appariva nuovo.

Persino la sua simpatia apparteneva a un altro modello culturale. Era una simpatia non aggressiva, non costruita sulla battuta continua, sull’eccesso o sulla necessità di attirare l’attenzione a ogni costo. Una simpatia rassicurante, ma non banale, che sapeva essere vivace senza diventare rumorosa. Non c’era la competizione, non c’era un concorrente da eliminare, non c’era un giudice pronto a mortificare chi aveva sbagliato la cottura.

La cucina era un luogo di piacere e di incontro, non un tribunale gastronomico.

La televisione di oggi deve ancora qualcosa a Wilma

È forse per questo che il confronto con la televisione contemporanea risulta così interessante. Oggi abbiamo studi perfettamente attrezzati, telecamere ovunque, chef di fama internazionale, competizioni, classifiche, racconti sofisticati delle materie prime e una sensibilità certamente più sviluppata verso gli aspetti nutrizionali, ambientali e culturali del cibo. Abbiamo imparato moltissimo, e sarebbe sciocco negarlo.

Ma abbiamo forse perduto qualcosa di quella naturalezza originaria. La possibilità di seguire una ricetta senza dover assistere a un evento, di osservare una persona cucinare senza che ogni gesto diventi una performance.

Wilma De Angelis appartiene alla genealogia della nostra attuale cultura gastronomica proprio perché aveva già intuito che il cibo in televisione non è soltanto preparazione di alimenti. È racconto, relazione, identificazione, desiderio, costume e persino una forma di educazione informale.

Era stata, molto prima che il termine diventasse di moda, una straordinaria creatrice di contenuti. Ma possedeva qualcosa che nessun algoritmo è in grado di garantire: una personalità artistica riconoscibile, maturata in decenni di spettacolo, e una capacità di entrare nelle case senza apparire mai estranea.

La sua parabola racconta anche la grande capacità di reinventarsi. Una cantante affermata negli anni Cinquanta e Sessanta che, quando cambia il mondo dello spettacolo, trova una seconda vita televisiva e riesce a diventare familiare a un pubblico completamente diverso. Una donna capace di attraversare generazioni senza perdere il proprio carattere, conservando fino agli ultimi anni quell’ironia e quella vitalità che l’avevano resa tanto amata.

Un magnifico pezzo di Novecento che continua a parlarci

Con Wilma De Angelis se ne va dunque un magnifico pezzo di Novecento, con le sue ingenuità, le sue contraddizioni, le sue mode e soprattutto la sua fiducia nel futuro. Ma se ne va anche una delle figure che hanno contribuito a costruire la nostra sensibilità contemporanea verso il cibo, molto più profondamente di quanto la semplicità di quelle trasmissioni potrebbe suggerire.

E se ne va anche una certa Milano, quella delle sciure autentiche, dei mercati rionali, delle conversazioni fra un banco di verdura e una gastronomia, dell’eleganza che non aveva bisogno di essere annunciata e della disponibilità verso gli altri considerata semplicemente una buona abitudine. Una Milano nella quale si poteva essere artisti affermati e continuare a salutare il proprio commerciante di fiducia, nella quale il successo non obbligava necessariamente a separarsi dalla vita comune.

Riguardando oggi quei filmati, con le immagini un po’ sbiadite, le scenografie essenziali, i tempi lunghi e le preparazioni che appartengono ormai alla storia del costume, si può provare nostalgia. Ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. In quella cucina c’era un’intuizione comunicativa formidabile, c’era l’Italia che imparava a consumare e a raccontarsi attraverso ciò che metteva in tavola, c’era una televisione che sperimentava senza sapere di stare inventando il futuro.

E c’era una signora milanese che, con una padella, qualche ingrediente e un sorriso, riusciva a incantare un bambino al punto da fargli desiderare di cucinare come lei.

Quel bambino oggi è cresciuto, ma ricorda ancora perfettamente quella sensazione.

E forse è proprio questo il segreto dei grandi comunicatori: non si limitano a raccontarci qualcosa. Ci fanno desiderare di diventare parte del loro racconto.

Grazie, Wilma. Per quelle ricette, per quella leggerezza intelligente, per quella Milano che hai saputo rappresentare e per averci insegnato che, qualche volta, per fare una grande televisione basta davvero una cucina. Purché davanti ai fornelli ci sia una grande donna.

 


Articolo aggiornato al 14 ottobre 2026. Gli articoli pubblicati  sono  realizzati a firma dell’Autore, o della Redazione, con il supporto di strumenti di Intelligenza Artificiale per attività di ricerca, organizzazione e revisione. L’impostazione editoriale, la selezione delle fonti e la responsabilità dei contenuti sono della Redazione Newsfood.


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