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VINO Italiano valore/identità meglio di rapporto qualità/prezzo

VINO Italiano valore/identità meglio di rapporto qualità/prezzo

Rapporto valore/identità cancella il rapporto qualità/prezzo. Il mondo del vino italiano deve tenere conto delle nuove esigenze dei consumatori.

Newsfood.com, 31 maggio 2022

Giampietro Comolli

Finalmente il rapporto valore/identità asfalta (= cancella) il rapporto qualità/prezzo

Dibattito urgente aperto da allargare e definire prima possibile con tutte le sfaccettature  

 

Leggo sul periodico dell’Unione Italiana Vini nr 19 del 30 maggio 2022 una interessante intervista di Renzo Cotarella, amico di lunga data, a quei tempi io al consorzio Colli piacentini e in Coldiretti a studiare i nuovi consorzi di tutela e Renzo come direttore del consorzio di tutela Orvieto, se non ricordo male. Ci incontrammo in alcune assemblee della vecchia Federdoc e ebbi da lui stimoli e segnali che qualcosa andava cambiato. Come presidente Ovse e CevesUni sono almeno 10-15 anni che mi sgolo, scrivo, spiego, insegno nei vari master e docenze, meeting di imprese e convegni che l’Italia deve mollare lo slogan del rapporto qualità/prezzo a tutti i costi e in primis per un più alto profilo, lungimirante e duraturo rapporto valore/identità ma anche identità/valore.

In tutti questi anni quasi nessuno mi ha filato: infatti porre sul tavolo delle imprese e degli enti la questione valore invece che prezzo imponeva e impone strategie più complesse, più forti, più impegnative anche di tempi e di investimenti interni ed esterni all’impresa. Inoltre il fattore “identità” è molto più complesso del solo territorio o zona o sottozona e si assimila molto al principio del distretto industriale ma legato ad una proprietà collettiva e intellettuale che in ogni caso necessita di una scala o gradini di qualità e di prezzo, in quanto due parametri parziali che incidono più sulla segmentazione dei consumi, delle filiere e delle linee produttive.

L’impresa vitivinicola, Ovse lo ha sempre detto e scritto, non è una azienda agricola, ma è molto più complessa e necessita anche se piccola e famigliare di una visione molto aperta, larga, attenta, presente… un po’ come dovrebbe essere la politica vera, quella che attrae l’elettore ad andare a votare. Ed ecco un altro tema che emerge dall’intervista di Renzo, anche se resta in una area eterea senza affondare.

Io affondo perché ho vissuto professionalmente il tempo della direzione di singole impese e quella di consorzi di tutela e quella di grandi eventi e quella della associazione DMO distrettuale: i consorzi di tutela se non si danno una mossa sono destinati, a parte 4/5 su 150, a non contribuire al passaggio epocale che proprio le interviste dell’UIV hanno messo in evidenza.

Come bisogna saper governare un modello “chianti” con bottiglie da 4 a 40 euro, un modello “franciacorta e champagne” da 12 a 150 euro, così pure un “amarone e barolo”, nello stesso modo occorre che tutte le Docg-Doc-Igt italiane siano in linea con un processo innovativo anche di aggregazione, di concentrazione, di rinunce o cambi di diritti acquisiti non più necessari se non deleteri, di identità/denominazione unica autentica e riconoscibile.

Solo così la obbligata segmentazione dei mercati e dei consumi in un mondo sempre meno globalizzato sarà governata da impese e consorzio in una logica in cui il “piccolo” consorzio e impresa famigliare vitivinicola ha una dignità e una considerazione pariteticamente ponderata con le grandi case e i grandi consorzi, oppure i segnali economici di vendite  e di commissioni e di contratti non positivi dei primi 5 mesi dell’anno 2022 sarà difficile modificarli per alcuni anni. Per certe Docg-Doc ben vengano le scelte di marchi-progetti registrati che qualificano un valore diverso di distretto a denominazione di origine, per altro occorre puntare su un solo nome-tipologia-denominazione per emergere ed entrare nella notorietà che aiuta dentro la segmentazione, per altri occorre pensare che un consorzio di tutela grande e regionale può aiutare a far emergere le autonomie e indipendenze dei piccoli consorzi.

Penso alla Doc Pantelleria, con 6 tipologie di vini, uno opposto all’altro, che si fanno la guerra mercantile e fra aziende piccole e colossi, uno a 4 euro e uno a 30 euro, come potrà sopravvivere lo zibibbo se viene stiracchiato, moltiplicato, separato, allargato, usato senza un minimo di rispetto del rapporto valore/identità o identità/valore.

Visto ora gli autorevoli pareri di Renzo Cotarella e di Sandro Sartor, spero che vi sia più ampio spettro di interesse e azione in merito anche a certe “pratiche” in sospeso da anni n el cassetto del presidente del Comitato Vini Nazionale che mai sono state risolte per il bene della vitivinicoltura italiana ma solo per interessi di bottega del più forte.

La Francia, la stessa Champagne, da almeno 10 anni ha avviato un processo di forte cambiamento anche in funzione del clima e dell’ambiente: i consorzi di tutela italiani  hanno un campo aperto difronte oggi (2022) che né io e Renzo avevamo allora (1986) in cui anche il modello-sistema di governance, di uso del termine “ponderale” e del termine “ a scaglioni”  possano essere rivisti e adattati per meglio guidare il cambiamento del rapporto valore/identità che abbia, convinto della condivisione di altri, e sia posto in strettissima sintonia con il rapporto unico tipologia/denominazione. Questo è un tema da risolvere subito: da Roma a Palermo, da Pantelleria al Collio e all’Oltrepò. Ma attenzione c’è anche un risvolto della medaglia da tenere conto, studiare e imparare che si chiama “alto adige” con tutte le sue sotto-denominazioni di vitigno. Quindi anche il vitigno ha bisogno di un suo chiaro rapporto territorio/tipologia. Speriamo!

 

Giampietro Comolli

Redazione Newsfood.com
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Giampietro Comolli

Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

Mob +393496575297

Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
Curatore Rubrica Assaggi in libertà

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