Quote latte: l'aumento proposto da Bruxelles non può essere uguale per tutti i paesi Ue

La proposta della Commissione Ue di Bruxelles di un aumento del 2 per cento delle quote latte a partire dal primo aprile 2008 rappresenta una risposta alle esigenze del mondo produttivo europeo
davanti ai profondi cambiamenti del mercato lattiero-caseario che si sono verificati negli ultimi mesi. E’ quanto sottolinea la Cia-Confederazione italiana agricoltori per la quale, comunque,
tale decisione non può essere di natura orizzontale per tutti i paesi membri dell’Unione europea.

Infatti, per la Cia, è necessario prevedere aumenti di quota diversificati da paese a paese. Tale provvedimento consentirebbe di correggere lo squilibrio dei paesi con deficit rispetto
al fabbisogno nazionale. L’Irlanda, ad esempio, beneficia di una quota di 5,4 milioni di tonnellate, il 360 per cento di quanto necessita. La Danimarca ha una quota nazionale di 4,5 milioni che
copre il 230 per cento dei propri consumi e i principali produttori europei -Francia e Germania- hanno un livello di autoapprovvigionamento del 125 per cento. Mentre l’Italia, con una quota
nazionale di 10,5 milioni di tonnellate, copre appena il 60 per cento di quanto consuma.

L’aumento della quota, secondo la Cia, dovrebbe consentire al nostro Paese di adottare una ripartizione fra le Regioni che preveda i criteri di massima e lasciando alle singole Regioni di
adottare successivi criteri più aderenti alle realtà locali.
La Cia ritiene che con questa modalità di intervento si potrebbe pensare a forme di “premialità” per i produttori che hanno subito il taglio della quota B, l’assegnazione di nuove
quote, per i produttori che hanno scelto la condivisione delle regole nel contesto della legge 119/2003. Inoltre, si dovranno prevedere nuove possibilità per i giovani e la salvaguardia
dell’attività produttiva delle aree montane ed interne.

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