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Pac Ue 2023-2027 che delusione! abbiamo perso una grande occasione…

Pac Ue 2023-2027 che delusione! abbiamo perso una grande occasione…

La nuova Pac accentua ancor più  una politica di sostegno al reddito e ai titoli che guarda alle grandi aziende, ai prodotti market, alla tecnologia di scala, ma non all’impresa e non alle domande del consumatore. 

PacUe 2023-2027
Comolli “Avrebbe potuto (DOVUTO) essere uno strumento interprete delle novità della pandemia”

 

Newsfood.com, 20 gennaio 2022
di Giampietro Comolli
PacUe2023-2027.

Comolli “ogni lasciata è persa”, dice un antico adagio popolare lungo il fiume Po.

 

Dopo anni, tre, di negoziato l’organo politico decisione al vertice della nostra Unione Europea ha raggiunto l’accordo “politico” sui contenuti della politica agraria comune che sarà oggetto di programmazione per i prossimi anni dal 2023 al 2027, dopo due anni di transizione “politica” che ha trascinato le scelte dei 7 anni precedenti.

Quindi un indirizzo programmatorio assimilato e identico per gli ultimi 20 anni che non ha assolutamente contribuito a “percepire” un cambiamento fortissimo proveniente dalla terra, dai territori, dai contadini. L’Europa dei 27 (ex 28) rispetto al mondo agricolo ha perso anni di innovazione, strategia, sistema, giustezza macroagraria e difesa della microqualità, che è sempre più il modello-simbolo del nostro continente senza fare differenze fra nord e sud Mediterraneo. In sintesi gli ecoschemi del Green New Deal assumeranno una funzione trasversale e verticale i cui impegni di spesa e azioni sono tutti inseriti nel capitolo della condizionalità rafforzata: obblighi aggiuntivi per gli agricoltori più stringenti, ma volontari e remunerati.

Un impegno di spesa a scapito di altri capitoli: come s sa il bilancio periodico della PAC è stato ridotto di parecchi miliardi di euro che toccherà ogni paese, Italia in primis perché paese più grande. In questa visione le Regioni italiane sono chiamate a riadattare tutti gli interventi, spesso in forma ridotta, rapportando il sostegno in base a reddito, fra i titoli posseduti dall’agricoltore e la Sau dichiarata annualmente in domanda.

Trattasi di una soluzione politica, ribadiamo, non legato agli aspetti agroaziendali, geoambientali, agronazionali che erano fattori determinanti, già nella proposta del 2012-2014 formulata in Parlamento Europeo da diversi tecnici e rappresentanti dell’Italia.  Ci troviamo difronte, senza entrare in dettaglio, a tre enormi difficoltà almeno per l’Italia: non riconoscimento di una biodiversità produttiva colturale insita nella condizione geomorfologica; non riconoscimento della entità media della azienda nazionale per storia, cultura, destinazione e localizzazione agro-agronomica; non riconoscimento della peculiarità economiche di naturale sostegno al reddito (quindi potenziale risparmio del bilancio UE) attraverso una maggiore valorizzazione, tutela e designazione dei prodotti alimentari di qualità.

Quest’ultimi unici a crescere come valore marginale e aggiunto su tutti i mercati mondiali rispetto ai prodotti confezionati, al netto della inflazione e al netto dei costi fissi aggiuntivi di fonte energetica che già a fine 2021 stanno incidendo non poco sulle “piccole” aziende italiane. quindi una PAC che guada dall’altra parte rispetto alla migliore produttività veramente utile per il Green Deal e per Farm to Fork, così decantati.

Se a questo aggiungiamo che i “quasi pronti” Psr regionali sono ancora una volta diversi uno dall’altro, e se abbinati alle non corrette valutazioni “politiche” comunitarie, il quadro di una politica italiana rispettosa della realtà produttiva per il mercato interno ed estero si fa molto serio, allarmante. Non è il solito pianisteo agricolo, il solito “gli altri non mi vogliono” o “dare la colpa ad altri di nostre incapacità”.

Quando siamo incapaci, dobbiamo avere il coraggio di dirlo e lo abbiamo dimostrato più anni negli ultimi 40 anni non sapendo utilizzare fino in fondo tutti i sostegni UE ricevuti, ma quando emerge che in questo momento in Europa è necessario condividere scelte “politiche” più rispondenti a bisogni nazionali nel rispetto di una unità di intenti e obiettivi, anche la Pac deve adattarsi.

E’ evidente che i “macrolander” del nord Europa (Francia e anche Spagna) suppliscono al fine di dare una linearità di prodotto sancita anche da una proporzione e da un rapporto più ampio dei titoli e delle dimensioni agrarie. In più il sostegno economico di base, quello che dovrebbe calmierare le enormi differenze fra imprese agricole di piccole dimensioni e quelle grandi dovuto ai titoli, alla condizionalità, al rafforzamento, alle eliminazione del greening,  alla dimensione agraria si ridurrà dal 37% al 56%, che per molte aziende che già praticano la biodiversità naturale vorrà dire in concreto perdere il 50-60% del totale dei sostegni.

Quindi meno attenzione all’impresa e più indirizzi strategici: quindi il successo della PAC 2023-2027 è tutto sulle spalle “scelte” delle singole regioni italiane, con tutte le difformità del caso….il riso di Vercelli sarà diverso dal riso di Pavia e sarà diverso da quello Veneto e idem per l’azienda famigliare Piemontese e per quella Lombarda.

 

Tralasciando tutto quello che si porta dietro un processo di spending review, di tutela della produzioni Do-Ig, di sostegno alle piccole imprese, di efficientamento della politica comunitaria pro necessità del singolo stato membro, di valorizzazione delle produzioni più richieste dal mercato interno e dall’estero, di multilateralismo della singola azienda agricola anche di servizio al territorio in deficit e difficoltà climatico-ambientale, di multifunzionalità della impresa agraria in zone difficili, vulnerabili, svantaggiate… la nuova Pac accentua ancor più (dopo 20 anni di condizionalità e di soli 2 pilastri fissi)  una politica di sostegno al reddito e ai titoli che guarda alle grandi aziende, ai prodotti market, alla tecnologia di scala, ma non all’impresa e non alle domande del consumatore.
La Pac 2023-2027 avrebbe potuto essere un grande aiuto e dare un nuovo indirizzo post-pandemia verso una attenzione alla situazione climatica ambientale che, se anche non sta colpendo in primis l’area del Baltico, sicuramente vede nella morsa degli eccessi climatici tutta l’area mediterranea con le principali produzioni di qualità in crisi.
Il calo delle produzioni e della produttività, almeno dei prodotti che il mercato interno e mondiale chiede e assorbe, vuol dire un aumento dei prezzi che abbinato ai costi fissi d’impresa e all’inflazione (si parla come minimo del 4% generale ma anche del 10-12% per certi cibi) creerà non forti problemi di giacenze, magazzini, trasporti, mercati.
Trovo una Pac chiusa su se stessa, non pronta ad una riforma sostanziale, succube ancora ai vecchi principi di regole ristrette e tutte uguali. Si arriverà ad avere sul mercato UE vini e olio Evo di basso costo, ben al di sotto degli standard output europei, senza contare l’effetto inquinamento, danni collaterali, aziende chiuse, lavoratori a casa.

…identiche politiche europee astringenti hanno creato problemi all’acciaio, al sale alimentare, all’energia, allo zucchero, ai cereali, alle farine, al latte…

Non è terrorismo o allarmismo: identiche politiche europee astringenti hanno creato problemi all’acciaio, al sale alimentare, all’energia, allo zucchero, ai cereali, alle farine, al latte…
in questo scenario, combinato che ha disposto più soldi a meno produttività e a più controlli, comporta anche un aumento del debito pubblico perché l’Italia dovrà intervenire autonomamente per le proprie imprese agrarie.
E’ facile in questo scenario – volutamente un po’ spinto più in là nel tempo del 2027 e un po’ più estremo  – veder demolire anche l’occupazione e la voglia del lavoro, in campagna ma non solo.  Nulla valgono le dichiarazione  di successo e di risultato migliore” da parte di quasi tutti i parlamentari europei italiani: una minima percentuale di fondi europei per la gestione del rischio (nb: più interessante per le bigcompagnie assicurazione che per le piccole imprese)  non è un successo perché quella percentuale lineare è più che sufficiente in Olanda e Belgio, insignificante a Pantelleria, a Ischia ma anche a Isernia, Viterbo, La Spezia.
Per esempio la famosa “transizione ecologica” è quasi impercettibile se non venisse citata in qualche intervista politica di questi giorni. C’è attenzione alla Farm to Fork o Form, ma va integrata con altri sostegni e sevizi distrettuali e macroregionali che mancano totalmente: non può esistere oggi che la mano sinistra non sappia cosa fa la mano destra.
Veniamo ai prodotti.
A questo punto il Piano Strategico Italiano, interpretando anche tutti i regolamenti connessi alle “scelte politiche”, diventa fondamentale per cercare di “adattare” gli obiettivi alle realtà locali. Tutti a Bruxelles dicono che i margini ci sono: per cui i fallimenti, gli errori, le mancanze…. saranno solo nazionali e dentro i Psr regionali. Vero o falso diventa un banco di prova alla luce del sole per tutti i governatori italiani, da Zaia a De Luca, da Bonaccini a Zingaretti.
Bisognerà saper spendere bene tutti-tutti i soldi, anche inserendo “voci e capitoli” nel Pnrr. Non farlo sarebbe un grave errore strategico verso il futuro della occupazione in agricoltura italiana: agricoltura, digitalizzazione, ecorispetto del suolo, cura climatica, cambio energia diventano una cosa sola. Spero soprattutto in Psr che attivino meccanismi di ri-occupazine, ri-produzione, ri-spetto delle aree di Collina e Montagna fonte in Italia di imprese giovani, imprese estese, presidio, turismo, paesaggio, servizi alle persone.
Una agricoltura multifunzionale e multilaterale, come dice il premier Draghi.
Per il vino, mio core-zone e lavoro, dobbiamo far rendere i 300 e poco più milioni di euro che ci toccano fino al 2027. Spero in un indirizzo di spesa verso la sostenibilità ampelografica viticola, una ricerca di nuova adattabilità climatica della viticoltura, un risparmio energetico idrico e meno inquinamento ed emissioni nel vigneto e in cantina.
Lasciamo stare i vini da de-alcolizzare, non è vino, è una bevanda spiritosa. E’ un capitolo più congeniale alla salute umana, della salubrità sociale.
Puntiamo su un’etichettatura/designazione in forma unica, allineata per tutti, che anticipi e migliori anche le direttive UE. Ben venga un piano nazionale della etichetta parlante del vino Do come per il vino da tavola. Ci faremo stare tutto in etichetta, ma non un semplice semaforo a tre colori senza spiegare nulla.
Infine i Psr regionali dovrebbero essere più allineati su Ocm, ovvero sulla promozione all’estero e sul mercato interno, visto quello che ha insegnato la pandemia: ci sono mercati nuovi da affrontare, basta i soliti 7 paesi. E una visione “vino Italia” non sarebbe male in questa fase sempre molto delicata negli spostamenti. Pochi spostamenti, ma molto incisivi e pesanti, meno vetrine per politici e presidenti, più costruzione commerciale attraverso chiarezza, trasparenza, valore e formazione al consumo anche in ottica di misura e di salute individuale.

 

 

Giampietro Comolli

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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

Mob +393496575297

Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
Curatore Rubrica Assaggi in libertà

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