Marchio tricolore o no? La battaglia di pasta Divella

Marchio tricolore o no? La battaglia di pasta Divella

Pasta Divella è uno dei nomi storici della pasta italiana: dal 1890, quando il fondatore creò il primo molino per la macinazione, è diventato uno dei grandi nomi del Made
in Italy.

I suoi numeri sono importanti: tre stabilimenti, 280 dipendenti fissi e 1.200 tonnellate di grano duro trasformate in prodotto finito, capace di superare positivamente l’anno difficile, 2012.

Ironicamente, il problema arriva dal marchio, la classica immagine con i trulli, le spighe di grano e la fascia tricolore. In base ad una legge del 2011, è uno stemma fuorviante: per far
fronte alla fame (interna ed esterna) di pasta, Divella è costretta ad importare grano straniero, principalmente da Canada ed Ucraina. Perciò, secondo la normativa, data la non
italianità di tutta la base, il prodotto finito non può essere considerato italiano “puro”.

Proprio questa discrepanza ha provocato l’attivazione del Corpo Forestale dello Stato, i cui funzionari stanno esaminando il logo Divella per accertare o meno l’applicazione della legge circa
l’effettiva origine dei prodotti alimentari.

La questione Divella non è passata inosservata, provocando la discesa in campo di altri attori, favorevoli e contrari.

Dalla parte dell’azienda pugliese, l’Aidepi, il cui presidente Paolo Barilla ha protestato contro “Le normative nazionali apparse intempestive rispetto alla legge comunitaria. Soprattutto
perché non vendiamo solo prodotti, ma vendiamo lo Stile Italia, in cui il concetto di made in Italy s’identifica nel saper fare e non nell’origine della materia prima”.

Secondo il suo vice, Luca Garaglini, è la legge ad essere concettualmente sbagliata: la forza della pasta italiana sta nella ricetta, non negli ingredienti: se la prima è
rispettata, i secondo possono variare.

Ma esistono anche voci contro Divella: la più rilevante, quella della Coldiretti, che tramite il presidente Marini si scaglia contro la lobby dei pastai e prende le parti dei
consumatori, bisognosi di trasparenza e dei piccoli agricoltori. Allora, Marini auspica un sistema dove l’etichetta dà tutte le informazioni necessarie e le “Attività ispettive”
difendono da “Cartelli sul prezzo del grano, con l’acquisto da parte di alcune aziende di ingenti quantitativi oltre-frontiera, che provocano un eccesso di offerta tale da abbatterne il prezzo
e mandare sul lastrico migliaia di agricoltori”.

Matteo Clerici

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