Licenziamento illegittimo: recupero dei contributi sulla retribuzione arretrata

Con sentenza del 4 aprile 2008, n. 8800 la sezione lavoro della Corte di Cassazione, in applicazione dell’art. 23, primo comma della L. n. 218 del 1952, che impone l’intero ammontare dei
contributi al datore di lavoro nel caso che non abbia “provveduto al pagamento entro i limiti stabiliti”, ha chiarito che tale obbligazione si estende anche quando il pagamento è
avvenuto non alla scadenza, ma dopo una sentenza di reintegrazione nel posto di lavoro, e che il datore di lavoro non può recuperare poi dal dipendente reintegrato la quota di
contribuzione a suo carico.
Dunque i contributi sulla retribuzione arretrata dovuta al lavoratore dal datore di lavoro, per la Cassazione, sono tutti a suo carico escludendosi così qualsiasi diritto di rivalsa per
la quota a carico del dipendente.

Fatto e diritto
Un lavoratore dipendente, a seguito di una sentenza che dichiarava la illegittimità del licenziamento, si era rivolto al pretore che lo aveva reintegrato nel posto di lavoro ai sensi
della L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 18 ed a suo favore era stato disposto che il datore di lavoro avrebbe dovuto versargli i contributi previdenziali. Il datore di lavoro era, però,
riuscito ad ottenere un decreto ingiuntivo nei confronti del lavoratore per farsi restituire la quota di contributi a suo carico.
Il Tribunale, in riforma della decisione pretorile, aveva revocato invece tale decreto ingiuntivo emesso a carico del lavoratore escludendo il diritto di rivalsa poiché i contributi
erano dovuti dal datore di lavoro, per il periodo intercorso fra il licenziamento e la reintegra, ancorché i fatti di causa avessero preceduto la modifica dell’art. 18 cit., attraverso
la L. 11 maggio 1990, n. 108, art. 1. e tali contributi erano inoltre dovuti nel loro importo intero ossia senza che una quota parte dovesse gravare sul lavoratore ai sensi della L. 4 aprile
1552, n. 218, art. 19, (riordinamento delle pensioni dell’assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti).
Infatti l’art. 23, comma 1, di questa legge imponeva l’intero ammontare dei contributi al datore di lavoro, che non avesse «provveduto al pagamento entro i limiti
stabiliti», e ciò si era verificato nel caso di specie, in cui il pagamento era avvenuto non alla scadenza, bensì solo dopo la sentenza suddetta.
Contro questa decisione la Banca che seguiva il recupero per l’azienda la questione è ricorsa in Cassazione.

La decisione della Cassazione
Per la Cassazione la L. n. 218 del 1952, art. 19, confermando l’art. 2115 c.c., impone la contribuzione previdenziale tanto al datore quanto al prestatore di lavoro, dichiara il primo
responsabile del pagamento anche per la parte a carico del secondo ed autorizza la trattenuta di questa parte sulla retribuzione.
A queste regole il successivo art. 23, pone un’eccezione per l’ipotesi in cui il datore non provveda al pagamento dei contributi «entro il termine stabilito«: in tal
caso egli è tenuto al pagamento «tanto per la quota a proprio carico quanto per quella a carico dei lavoratori».
Che poi la contribuzione sia dovuta per il periodo in cui il lavoratore non abbia potuto rendere le proprie prestazioni perché illegittimamente licenziate, è stabilito dalla L. n.
300 del 1990, art. 18, nel testo modificato dalla L. n. 108 del 1990, art. 1, quest’ultimo da applicare anche per il tempo anteriore alla sua entrata in vigore.
Quindi per la Cassazione l’art. 23 cit. si deve applicare anche nel caso in cui il ritardo nel pagamento dei contributi sia dipeso da un licenziamento illegittimo, seguito da sentenza
accertativa dell’illegittimità e ordinante la reintegrazione del lavoratore nel suo posto.
Così la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della banca confermando la decisione di secondo grado ritenendo che la stessa avesse risposto esattamente al quesito del citato
articolo 23 che avrebbe dovuto applicarsi anche nel caso in cui il ritardo nel pagamento dei contributi fosse dipeso, come nel caso in questione, da un licenziamento illegittimo, seguito da
sentenza accertativa dell’illegittimità e ordinante la reintegrazione del lavoratore nel suo posto.
La sentenza impugnata ha dato esattamente risposta positiva al quesito, dato che può non trovare applicazione solo quando il ritardo non sia imputabile al datore e nell’ipotesi qui in
esame il datore di lavoro, attraverso il licenziamento illegittimo, è incorso in un illecito contrattuale, di cui deve sopportare le conseguenze sia sul piano risarcitorio ai sensi
dell’art. 18 cit. sia sul piano punitivo ai sensi del citato art. 23.

Suprema Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza n. 8800 del 4 aprile
2008

Leggi Anche
Scrivi un commento