I dieci trend che cambieranno la geo-economia del mondo

Roma – Sullo sfondo dell’attuale fase di crisi e instabilità economica americana, che non potrà non avere effetti anche sul resto del mondo ed in particolare
sull’Europa, le forze trainanti nell’attuale fase della globalizzazione stanno tornando a essere quelle dell’economia reale, a discapito di quelle finanziarie.

Ciò è vero non solo nel breve termine ma soprattutto in prospettiva, come risulta dall’analisi di 10 trend (inclusi quelli demografici ed alimentari) che stanno cambiando e
cambieranno il mondo, secondo le statistiche e le proiezioni dei maggiori istituti internazionali raccolte dalla Fondazione Edison. Dopo lo scoppio della bolla della «new economy»
qualche anno fa si parlò di rivincita della «old economy». Oggi, dopo lo scoppio della bolla immobiliare e dei mutui subprime, dei derivati e degli hedge fund, si sta
assistendo a una rivincita delle materie prime. I Paesi che attualmente sembrano avere in mano il » pallino» dell’economia mondiale, quelli che crescono di più e che hanno
più liquidità da investire, attraverso i fondi sovrani, sono quelli che maggiormente hanno puntato sull’industria manifatturiera (la Cina) e quelli che hanno tratto vantaggio
dalla formidabile esplosione dei prezzi del petrolio e del gas (Paesi Arabi e Russia) e delle materie prime agricole (Brasile ed Argentina) innescata dalla iper-crescita economica della Cina
stessa. Sui Paesi avanzati, già rallentati dalla crisi finanziaria, si sta invece abbattendo una ondata di inflazione energetica ed alimentare generata dalla crescita accelerata della
Cina che va a colpire soprattutto le classi meno abbienti. Il «caro-Cina» sarà quindi una realtà con cui fare sempre più i conti nei prossimi anni.

Sono, questi, alcuni degli spunti forniti da uno studio della Fondazione Edison che viene presentato oggi a Roma in occasione del Convegno di due giorni «Investimenti esteri e commercio
internazionale. La geo-economia dello sviluppo» organizzato congiuntamente dall’Accademia Nazionale dei Lincei e dalla Fondazione Edison, a cui partecipano numerosi studiosi, top manager
ed esponenti delle istituzioni internazionali ed italiane: Amit Bhaduri, Marco Buti, Giovanni Conso, Carlo D’A dda, Uri Dadush, John Eatwell, Barry Eichengreen, Marco Fortis, Giancarlo
Gandolfo, Pingfang Hong, Pier Carlo Padoan, Umberto Quadrino, Alberto Quadrio Curzio e Dominick Salvatore.

I DIECI TREND CHE STANNO CAMBIANDO E CAMBIERANNO IL MONDO
Proiezioni dei maggiori istituti mondiali raccolte dalla Fondazione Edison nello studio «Dove va il mondo? Popolazione, economia, cibo, energia e materie prime»
? POPOLAZIONE – Nel 2030, secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, la popolazione di Cina e India (quasi 3 miliardi di persone) sarà 2,7 volte superiore a quella di
Europa, Russia e Nord America (1,1 miliardi).
? PIL – Nel 2039, secondo le proiezioni della Goldman Sachs, il PIL a prezzi correnti dei cosiddetti BRICs (Brasile, Russia, India e Cina) supererà quello complessivo
dei Paesi del G-6 (USA, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia e Italia). Nel 2041 il PIL della Cina a prezzi correnti supererà quello USA. Ma già nel 2015, secondo le
proiezioni dell’economista Angus Maddison per l’OCSE, il PIL a parità di potere di acquisto della Cina supererà quello degli Stati Uniti.
? ENERGIA E CO2 – Secondo le proiezioni dell’International Energy Agency, la Cina diventerà presto il principale consumatore mondiale di energia, superando gli Stati
Uniti poco dopo il 2010. Nel 2015 il consumo di energia primaria della Cina sarà già di 2,9 miliardi di tonnellate equivalenti di petrolio (tep) contro i 2,6 miliardi degli USA e
gli 1,9 miliardi della UE-27. Nello stesso anno le emissioni totali di CO2 della Cina saranno pari a 8,6 miliardi di tonnellate, contro i 6,4 miliardi degli USA e i 4 miliardi della
UE-27.
? CONSUMO DI RAME – La Cina, secondo l’International Copper Study Group, ha superato gli Stati Uniti a livello mondiale nel consumo di rame nel 2002 ed ha superato la UE-27 nel
2005. Nel periodo gennaio-ottobre 2007 il consumo cinese di rame è già stato pari all’83% di quello complessivo di Stati Uniti e UE-27.
? SALDO COMMERCIALE NELL’ELETTRONICA/TLC – Secondo l’OCSE, dal 2004 la Cina è diventata il principale esportatore mondiale di prodotti dell’Information and Communication
Technology. Nei prossimi anni rafforzerà sempre più questa posizione anche con propri marchi ed esportazioni dirette di proprie aziende.
? CONSUMO DI CARNE – Già oggi la Cina è il primo consumatore mondiale di carne (bovina suina pollo). Negli ultimi 20 anni i consumi pro capite di carne della Cina
sono più che raddoppiati. Nel 2013, secondo le proiezioni del Food And Policy Research Institute (FAPRI), i consumi cinesi di carne supereranno quelli complessivi di Stati Uniti ed
Unione Europea considerati assieme, toccando i 75 milioni di tonnellate.
? IMPORTAZIONI DI SOIA (IL «PETROLIO VERDE») – A causa della crescente domanda mangimistica proveniente dai propri allevamenti e dalla domanda interna di carni, le
importazioni di semi di soia della Cina sono state già pari nel 2007 a circa il 15% della produzione mondiale di soia. Nel 2017, secondo il FAPRI le importazioni cinesi di semi di soia
toccheranno i 52 milioni di tonnellate, una somma pari all’86% della futura produzione di soia del terzo produttore mondiale, l’Argentina (il primo e secondo produttore mondiale, sono
rispettivamente, USA e Brasile). In pratica, nel 2017 un quantitativo equivalente a quasi tutta la produzione di soia del terzo produttore mondiale sarà dunque destinata a soddisfare
esclusiavmente la sola domanda della Cina.
SURPLUS COMMERCIALE – Secondo «The Economist» nei dodici mesi intercorsi tra febbraio 2007 e gennaio 2008 il surplus commerciale con l’estero della Cina è
stato di 265,2 miliardi di dollari. Ha superato quindi l’attivo commerciale della Germania, pari a 257,8 miliardi di dollari nel periodo gennaio-dicembre 2007. Nello stesso tempo il deficit
commerciale con l’estero degli Stati Uniti è stato nel 2007 di 815,6 miliardi di dollari, appesantito in particolare dai deficit bilaterali con la Cina stessa, il Giappone e i Paesi
petroliferi.
RISERVE VALUTARIE – Secondo «The Economist», le riserve valutarie della Cina hanno raggiunto a fine dicembre 2007 i 1.530 miliardi di dollari e sono ormai di gran
lunga le più elevate del mondo. Ciò nonostante, il cambio della moneta cinese resta ancorato artificiosamente al dollaro ed è sempre più debole, rendendo così
«iper-competitive» le merci cinesi, specie rispetto a quelle europee. Negli ultimi 4 mesi il tasso di cambio tra la valuta europea e quella cinese è oscillato tra 10,4 e 10,9
renmimbi per euro toccando nuovi massimi storici.
DEBITO PUBBLICO USA IN MANI ASIATICHE – A fine 2007, secondo il Tesoro USA, il 44,5% del debito pubblico americano collocato sul mercato («debt held by the public»,
cioè escluso il debito finanziato direttamente dai fondi pensionistici, agenzie, ecc.) risultava sottoscritto da investitori stranieri. In particolare, il valore dei titoli a lungo
termine del Tesoro degli Stati Uniti detenuto dai soli 6 maggiori Paesi asiatici (Cina, Giappone, Hong Kong, Corea del Sud, Taiwan e Singapore) ha raggiunto i 1.197 miliardi di dollari, pari al
61% delle obbligazioni di questo tipo detenute da investitori stranieri e a circa ¼ del debito pubblico complessivo americano
collocato sul mercato.

L’IMPATTO DELLA CRESCITA CINESE SU ENERGIA E MATERIE PRIME

La pressione della Cina sull’offerta mondiale di materie prime sta determinando impulsi inflazionistici imprevisti solo fino a qualche anno fa, attraverso il rincaro dell’energia, delle materie
prime industriali ed alimentari. Basti pensare che la Cina alleva ormai oltre la metà dei maiali del mondo: la produzione cinese di maiali e’ stata di 630 milioni di capi nel 2007,
cioè un rapporto di quasi 1 maiale e mezzo per ogni famiglia cinese di tre persone, ed è destinata a crescere: ciò richiederà colossali quantitativi di cereali
foraggieri e farine di semi oleosi da destinare all’alimentazione animale. Il futuro, oltre che del petrolio e del gas, sarà dunque sempre più anche del mais e della soia, il
«petrolio verde». La ipercrescita cinese, che attraverso l’aumento della domanda di energia ha reso dapprima più ricchi la Russia e i Paesi Arabi, potrà quindi rendere
più ricchi anche il Brasile e l’Argentina, grandi produttori di soia. Basti ricordare che già nel 2007/2008 la Cina ha importato 34 milioni di tonnellate di semi di soia,
cioè un quantitativo pari a oltre la metà della produzione del Brasile o a ¾ di quella dell’Argentina. Nello
scenario internazionale un ruolo di rilievo sarà giocato anche dall’India. Se la Cina è ormai la «fabbrica del mondo», se Russia e Paesi Arabi hanno accresciuto il
loro potere in quanto principali «giacimenti del mondo», se il Sudamerica sarà sempre più il «granaio del mondo», l’India e’ ormai diventata nei fatti un
Paese con un importantissimo settore terziario avanzato: l’India, oltre a essere il primo consumatore mondiale di zucchero, il secondo di latte, cereali e oli vegetali, è una potenza
nella siderurgia, ma, soprattutto, è ormai il «call centre» del mondo». I tre grandi settori dell’economia classica, quelli primario, secondario e terziario, saranno
quindi sempre più influenzati dai Paesi emergenti che sposteranno in modo epocale gli attuali equilibri internazionali.

Un altro aspetto cruciale del mondo che cambia sempre più velocemente è quello dello spostamento del baricentro della domanda di materie prime industriali dal «vecchio mondo
avanzato» verso l’Asia. In particolare, la domanda di commodities della Cina sta diventando sempre più imponente ed influisce in misura crescente sui corsi internazionali dei
prodotti di base. Inoltre, apre scenari geopolitici nuovi anche per ciò che riguarda i rapporti del gigante asiatico con i Paesi produttori di materie prime industriali, analogamente a
quanto avviene con quelli produttori di petrolio. I consumi cinesi di materie prime industriali sono cresciuti in modo impressionante negli ultimi 6-7 anni. Esemplare è il caso dei
metalli non ferrosi, dove il peso della Cina sul consumo mondiale dei principali metalli, come risulta dai dati del World Bureau of Metal Statistics e dell’International Copper Study Group,
è grosso modo raddoppiato dal 1999 al 2006. Ciò è avvenuto nel caso del rame, dello zinco, dell’alluminio e dello stagno, mentre nel caso del piombo la quota cinese nella
domanda mondiale è addirittura più che triplicata. Storico è stato il «sorpasso» del consumo di rame raffinato della Cina ai danni di quello degli Stati Uniti,
avvenuto nel 2002, mentre nel 2007 la Cina ha superato anche la UE-15.

Il boom della domanda cinese di commodities industriali è dipeso da due fattori. Innanzitutto dal sopraccitato ruolo di «fabbrica del mondo» assunto dalla Cina, sia per
effetto delle delocalizzazioni produttive ivi realizzate dalle imprese occidentali, giapponesi e di altri Paesi asiatici come la Corea e Taiwan, sia in conseguenza dello sviluppo delle stesse
imprese manifatturiere cinesi che producono ed esportano in proprio. In secondo luogo per effetto del processo di infrastrutturazione del Paese che ha determinato una forte crescita delle reti
e dell’e dilizia, spingendo in modo particolare la domanda di cemento, metalli e legno. Tutto ciò ha portato la Cina a diventare in poco tempo il più grande consumatore di materie
prime del mondo. Va sottolineato che la Cina, a livello mondiale, è un produttore importante di molte commodities, ma ciò non le basta per essere autosufficiente. La sua
«fame» di acciaio, metalli non ferrosi, gomma, plastiche, legno, carta appare sempre più insaziabile. Conseguentemente il gigante asiatico è divenuto un importatore
netto di diversi prodotti di base. Ciò spiega la politica sempre più a largo raggio di Pechino nei riguardi dei Paesi produttori di materie prime, in particolare di minerali e
metalli. Una politica fatta di accordi di approvvigionamento, aiuti allo sviluppo, intensificazione degli scambi commerciali. Gli interessi della Cina e di molti Paesi africani e sudamericani
appaiono in questa fase storica complementari. Innanzitutto i Paesi produttori di materie prime traggono vantaggio dal fatto che la domanda cinese aumenti e tenga in tensione i prezzi delle
commodities sui mercati internazionali, invertendo così una tendenza al ribasso che sembrava ormai pluridecennale. Inoltre la Cina non rappresenta attualmente un concorrente pericoloso
per la maggior parte dei Paesi esportatori di materie prime. Ciò è stato evidenziato da uno studio dell’OECD da cui risulta, ad esempio, che tra la quasi totalità dei Paesi
Latino-americani e la Cina non esistono sostanziali sovrapposizioni nelle specializzazioni produttive. I primi, infatti, sono ancora soprattutto specializzati nelle commodities, mentre la
seconda lo è nei manufatti. Solo il Messico appare in difficoltà nella competizione con la Cina perché anch’esso ha già maturato una spiccata specializzazione
manifatturiera.

Ma nazioni come Perù, Cile, Brasile e Argentina hanno in questo momento tutto l’interesse a che la Cina diventi un grande acquirente di minerali e metalli, oltre che di materie prime
agricole, in quanto le loro esportazioni ne possono beneficiare notevolmente. Ciò è già avvenuto in misura significativa negli ultimi anni. Ragguardevole, ad esempio,
è risultata la crescita della quota della Cina come acquirente delle esportazioni del Cile, ricco di minerali e metalli: infatti, la quota di esportazioni cilene diretta in Cina è
salita tra il 1992 e il 2004 dal 2,2% al 10,4%. Secondo dati dell’ONU Pechino rappresenta ormai il terzo più importante mercato per il Cile dopo gli Stati Uniti e il Giappone. In
particolare secondo i dati dell’International Trade Centre Unctad/WTO la Cina costituisce il primo Paese di sbocco delle esportazioni cilene di rame: al gigante asiatico il Cile ha venduto nel
2004 1,7 miliardi di dollari di rame, pari al 18% delle sue esportazioni di questo metallo, nonché 864 milioni di dollari di minerali metallici. Ma il rischio di una eccessiva dipendenza
delle economie dell’America Latina e dell’Africa dalle politiche di approvvigionamento e di investimento della Cina è evidente e potrebbe pregiudicare le prospettive di uno sviluppo
economico futuro più equilibrato di tali aree del mondo, restando esse relegate essenzialmente al ruolo di pure fornitrici di materie prime, senza che prenda avvio la crescita di una
locale industria manifatturiera. Di nuovo a tutto vantaggio delle nuove locomotive dell’e conomia mondiale.

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